Caso R.T.I. c. Yahoo: il Tribunale di Milano insiste sull’idea di hosting attivo. Repetita iuvant ?

Il Tribunale di Milano ritorna a pronunciarsi sul ruolo dei provider che ospitano sulle proprie piattaforme UCG materiali protetti dal diritto d’autore (la sentenza è pubblicata su www.leggioggi.it). Con una motivazione che ricalca quella del precedente R.T.I. c. Italia On Line, la corte ribadisce la teoria dell’ “host attivo”, laddove l’uso dell’aggettivo è finalizzato a distinguere questa ipotizzata tipologia di provider da quella di cui all’art. 14 dir. 2000/31/CE.

Nello specifico la norma richiamata, trasfusa nell’art. 16 d. lgs. 70/2003, fa riferimento alla generale attività consistente nello “storage of information provided by a recipient of the service”, tuttavia essa va letta alla luce del 42° considerando della direttiva secondo cui “the exemptions from liability established in this Directive cover only cases where the activity of the information society service provider is limited to the technical process of operating and giving access to a communication network over which information made available by third parties is transmitted or temporarily stored, for the sole purpose of making the transmission more efficient; this activity is of a mere technical, automatic and passive nature, which implies that the information society service provider has neither knowledge of nor control over the information which is transmitted or stored”. Il riferimento al “technical process” e ad un’attività avente “mere technical, automatic and passive nature”, portano ad interpretare l’art. 14 dir. 2000/31/CE in maniera tale da reputare che l’attività di hosting per cui è prevista la limitazione della responsabilità del provider non consista in un generico “storage”, bensì solo in quello avente appunto natura meramente tecnica, automatica e “passiva”. Diversamente non siamo in presenza di un servizio di hosting ai sensi dell’art. 14, bensì di un servizio rientrante nella più ampia categoria dei servizi della società dell’informazione. Tuttavia più che parlare di hosting attivo o passivo, sarebbe forse più opportuno distinguere fra attività di hosting in quanto tale (con limitazione di responsabilità del prestatore) e fornitura di un prodotto audiovisivo, per usare le parole del giudice milanese (“un servizio che per la sua complessità ed organicità ha come sola base di partenza i contenuti trasmessi dagli utenti e fornisce invece ai visitatori un vero e proprio più complessivo prodotto audiovisivo dotato di una sua specifica individualità ed autonomia”). Il problema a questo punto però diviene concreto e porta all’esame delle singole fattispecie (v. caso Google France deciso dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea).

A tal proposito va tenuto a mente che se è vero che il richiamato considerando sottolinea la natura tecnica, automatica e passiva dell’attività, nel contempo lo stesso precisa altresì che tale attività è realizzata “for the sole purpose of making the transmission more efficient” ed in modo che “the information society service provider has neither knowledge of nor control over the information which is transmitted or stored”. Occorre inoltre porre attenzione a quanto la direttiva non dice: non mette in alcun modo in relazione la limitazione di responsabilità con l’assenza di uno sfruttamento commerciale dei contenuti o la gratuità del servizio; anzi l’art. 1, par. 2, dir. 98/34/CE (testo consolidato), definisce servizio della società dell’informazione “qualsiasi servizio prestato normalmente dietro retribuzione, a distanza, per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario di servizi”.

Fermo tale quadro generale, la pronuncia in esame desume la natura di “prodotto audiovisivo” della piattaforma UCG di Yahoo da tre diversi indici: la presenza di un link per segnalare gli abusi, l’indicizzazione, la gestione contrattuale dei contenuti. I primi due profili non paiono tuttavia rilevanti per argomentare una differenziazione dell’attività considerata da quella di hosting di cui all’art. 14 dir. 31/2000/CE, mentre il terzo non sembra di per sé sufficiente in ragione dell’utilizzo concreto dei materiali oggetto del contenzioso.

In merito alla segnalazione degli abusi, ed in generale all’adozione da parte del fornitore del servizio di sistemi di notifica degli illeciti, la stessa storia evolutiva delle norme in materia di limitazione della responsabilità del provider mostra come quest’ultima tragga proprio origine dall’esigenza di legittimare tali soluzioni tecniche senza che dall’adozione delle stesse potesse desumersi una corresponsabilità del provider (traccia di tale intento si ravvisa nel 40° considerando della direttiva medesima, secondo cui “the provisions of this Directive relating to liability should not preclude the development and effective operation, by the different interested parties, of technical systems of protection and identification and of technical surveillance instruments made possible by digital technology within the limits laid down by Directives 95/46/EC and 97/66/EC”). La segnalazione degli abusi rientra certamente fra i “technical surveillance instruments”, pena il ritorno al paradosso secondo cui tanto meno ci si attiva per la rimozione dei contenuti illeciti quanto più si è sicuri di non essere chiamati in causa.

Con riguardo all’indicizzazione poi, se è vero che la direttiva fa riferimento alla natura tecnica dell’attività, pur tuttavia la stessa identifica lo scopo dell’hosting nel rendere “the transmission more efficient”, ferma l’assenza di controllo sui contenuti (“the information society service provider has neither knowledge of nor control over the information which is transmitted or stored”). Poiché l’indicizzazione è automatica, oltre che da sempre connaturata alle caratteristiche tecniche del servizio di hosting (senza la quale quest’ultimo diventerebbe caotico ed inefficiente), e non presuppone forme di controllo o conoscenza del merito dei video, non si vede in che modo dal ricorso all’indicizzazione possa desumersi la realizzazione di un prodotto audiovisivo, a meno di vanificare del tutto la categoria dell’hosting inteso come servizio.

Emerge dunque come la legittimazione dell’idea di “hosting attivo” si basi su una visione riduttiva dell’attività di hosting di cui all’art. 14 dir. 2000/31/CE, circoscritta secondo i giudici milanesi alla “fornitura di uno spazio per la memorizzazione delle informazioni trasmesse dall’utente ed alla visualizzazione delle stesse da parte di terzi”. Tuttavia sin dagli albori della rete nessun host-provider ha offerto solo storage puro, senza affiancare anche le soluzioni tecniche per la ricerca dei dati e la loro organizzazione sistematica ancorché minimale.

In merito all’ultimo profilo, riguardante le modalità con cui il fornitore del servizio utilizza i contenuti generati dagli utenti, la corte ritiene che gli attuali gestori delle piattaforme UCG rappresentino una categoria intermedia fra l’host-provider di cui all’art. 14 dir. 2000/31/CE ed il content provider qualora si riservino specifici diritti sulle opere ospitate sulle proprie piattaforme (nel caso di specie ad es. i diritti di “riprodurre, modificare, remixare, adattare, estrarre, preparare opere derivate”). L’argomentazione non pare però convincente o quantomeno sufficiente. L’hosting, quale servizio della società dell’informazione, va valutato in ragione del servizio prestato ed oggetto di contestazione: nello specifico non veniva contestata al convenuto l’attività di rielaborazione o di realizzazione di opere derivate a partire da materiali protetti dal diritto d’autore, ma la semplice pubblica accessibilità a quest’ultimi contenuti illecitamente fatti oggetto di upload da terzi. Sebbene dunque il contratto con gli utenti riservasse in astratto al prestatore alcuni diritti, non pare tuttavia che nel caso di specie l’attività oggetto di contestazione fosse diversa dal mero hosting “inattivo”.

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